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sabato 24 maggio 2014

Tutti i segreti del personal branding

Da un po’ di tempo noto con sgomento la proliferazione di corsi e coach che promettono miracoli mediante il personal branding e l’utilizzo dei social media.
Dico sgomento perché essendo già due anni che lavoro su questa materia, prima studiando il mercato d’oltreoceano, dove il fenomeno è dilagato tra volti noti e meno noti e poi applicando le varie nozioni alla nostra realtà (perché non si può fare di tutta l’erba un fascio e noi italici siamo differenti dai nostri amici d’oltreoceano) e so per certo che il personal branding non è assolutamente una cosa miracolosa e non è adatto a qualunque persona, a qualunque professionista e qualsiasi realtà, ma soprattutto è uno strumento molto potente ma anche molto delicato.
Mi spiego meglio.
La cosa anche se molto appetibile è molto delicata perché fare personal branding non è promuovere un sito, un blog o due profili social:  si tratta piuttosto di decidere prima come gestire tutta 'sta minestra, la propria identità in un modo che sta diventando sempre più “social”.
Si tratta di pianificare una strategia che comprende, come ultimo tassello, la promozione stessa; quello che succede nel marketing mix, dove la comunicazione (promotion) è l'ultimo passo.
Trasformare sé stessi in un brand e veicolare il contenuto significa posizionarsi in un mercato B&C con una propria identità e un monitoraggio costante del risultato: concetti ben espressi nei termini inglesi brand identity brand reputation
Concetti che poco hanno a che fare con un curriculum a cielo aperto.

Dunque come fare?
Il mio consiglio è quello di seguire step by step un piano marketing tradizionale - con un occhio al brand management - e di concentrarsi su cinque punti fondamentali:
quali sono i miei plus?
Quali sono i miei minus?
Qual è il mio "pubblico" e di cosa ha bisogno?
Quel bisogno è già stato soddisfatto, oppure no? E come?
Qual è la promessa che voglio comunicare al mio pubblico?
Come penso di mantenere quella promessa nel tempo? E perché?

Darsi un valore e pianificare come dev'essere percepito dal pubblico è un ottimo inizio. Inizio ho detto. C'è da capire che il personal branding non è fisso: siamo esseri umani che si modificano nel tempo; essere camaleontici non è un problema, basta saperlo fare con sistema.
Gli esperti di brand management chiamerebbero il risultato brand equity = promessa del marchio in termini di qualità/aspettativa che il target mette nell'acquistare un prodotto. Cioè te.
Farsi riconoscere per ottenere riconoscenza è cosa buona e giusta.
Vendere sé stessi non è come collocare sul mercato una scatola di biscotti sempre uguale.
Intendo dire che siamo individui e quel mercato, oggi, è diventato "scambio" nel senso umano del termine: interazione, coinvolgimento, conversione. In una parola: comunicazione. Per quanto "pacco" tu ti possa giudicare, non puoi fare a meno di comunicare; e gli altri rispondono di conseguenza


Costruire rapporti e fare esperienza è il primo fine.
Espressione, tono e stile si uniscono all'immagine coordinata per dare all'esterno un'idea precisa di te; pianificazione strategica, chiarezza d'intenti e conoscenza dei mezzi sono punti dello stesso "quadro".
Decidere come apparire per riuscire a veicolare in modo coerente il contenuto "personale" significa far risuonare la propria voce attraverso uno schermo: si può rivedere nel tempo, cambiare, tornare alla base.
 Il punto fermo rimane l'intento finale.
Il feedback è uno specchio sincero: monitorare quello che il pubblico percepisce di te, oggi, è più facile che mai: basta chiedere, osservare, conversare.
Non servono strumenti e software dedicati, anche se esistono: sappilo.
Sottovalutarsi, come anche sopra-, non è una buona mossa: le persone, come la verità, s'incontrano sempre nel MEZZO.
Con o senza maschera.

Il concetto di brand identity riassume tutti gli elementi visivi che rendono un marchio riconoscibile: che si tratti di foto, look, colore, font, avatar poco cambia; dobbiamo esibire una maschera/persona nel mercato/palcoscenico davanti a un pubblico che prima guarda, poi ascolta. Non c'è nulla d'immorale: quella maschera ci permette di amplificare la nostra personalità. Ricordi l'etimologia classica di "persona"? Ecco, il primo politico che ha fatto uso di personal branding iconografico è anche il primo imperatore di Roma: Augusto. E non è un caso che ancora oggi si parli metaforicamente di "agone politico", altra espressione che riconduce al teatro. L'antefatto storico è importante per capire che la nostra immagine dev'essere chiara, coerente, coordinata e il più possibile apprezzata. In una parola: credibile. Ovvio che se prima non analizziamo bene noi stessi - dentro e fuori - sarà difficile convincere gli altri a "marchiarsi" con i nostri obiettivi. Sorvoliamoci su per guardarci dall'alto: il pubblico lo fa e non regala niente; il brand si "vende" attraverso un prodotto/contenuto. Ricordiamocelo sempre
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